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Sabato, 06 Dicembre 2003 23:21

Un'altra sbirciatina :-)

Scritto da  Administrator
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Non c’erano veri e propri limiti alle punizioni di Natasha: alle mie, sì.
– Deve spogliarsi nudo?
– Oh no, ci mancherebbe... Dovrà sdraiarsi faccia a terra sul pavimento e chiedere di far scintillare i miei piedi con la lingua.
Le mostrò gli scarponcini di cuoio lucido, alternando il suo sguardo tra i miei occhi ed i suoi.
– Sai, io li indosso senza le calze e aspetto fiduciosa il momento della sua punizione. Sono tre giorni che quella lingua aristocratica non li visita.
Parlava come se quel gioco andasse avanti da chissà quanto tempo, eppure erano passate solo poche settimane. La rossa non trattenne una smorfia canzonatoria.
– Non vorrai mica dire che tu non...
Non riusciva a parlare, anzi rideva disperatamente. Natasha invece aveva un’espressione indefinibile.
– Sì, hai indovinato, non li lavo più, è compito del duchino, questo.
Bugiarda. La rossa mi fissava in modo soffocante.
– Chissà che ne direbbe Nicole, se lo sapesse...
Natasha mi tese un sorrisino stravagante.
– Oh ma lo sa, lo sa. È stata lei a propormi questo gioco: ora ti racconto.
No! Non era possibile. Le parlava come se stesse raccontando una favola.
– Una volta tornavo dalla palestra con degli scarponcini come questi, e allora Nicole notandoli mi dice “lo sai che il tuo amico Ghigò mi guarda i piedi?”
– Vergogna, nobiladro, guardare i piedi di Nicole...
Ma non era vero! Una volta, forse due, adesso che ricordo, per un attimo forse sì. Ridevano come matte, loro, io invece non mi divertivo per niente.
– Non te lo avevo mai detto, Ghigò, vero? E non fare quella faccia... Pensa che stamattina Nicole è entrata nella mia stanza, mi ha guardato i piedi ed è uscita canterellando del povero Ghigò, ai piedi di Natasha. Vuoi sentirla la canzoncina? È bellissima.
La canzoncina…
– Guardalo, Natasha, è diventato rosso come un cocomero!
Mi sentivo sprofondare a questa notizia: Nicole Morin che non solo sapeva tutto delle punizioni ma componeva canzoncine.
– E’ furioso con me, vorrebbe uccidermi in questo momento, ma neanche immagina che la mamma invita le amiche per guardare dalla finestra sul box mentre lui si sfianca a pulire tra le mie dita.
– Guardalo, trema addirittura!
Le amiche di Nicole! Rebecca Solvay, Donatella Fargot, Lucienne Bargel… La banda delle grosse arpie, le chiamava la duchessa. E mi avevano visto all’opera.

***

– Mi hanno addirittura promesso mille franchi a testa per farle partecipare, ma io che sono buona ho rifiutato. Mi sentivo addirittura imbarazzata che ci avessero visto.
– Non esagerare Natasha: chissà, magari anche lui avrà invitato i suoi amici a guardarti mentre lustravi la bicicletta.
– No, non è possibile, l’hai fatto davvero Ghigò?
Io guardavo il pavimento.
– Lascia stare, ho un’idea per questo pomeriggio noioso. E ho ai piedi le ballerine di pelle da ieri mattina, senza calze, come te, comode, adatte per una lunga escursione, per un viaggio in piedi in un treno affollato. Ma ti confesso che prima del vostro arrivo pensavo giusto ad un pediluvio…
Vidi Natasha e la rossa battersi le mani l’un l’altra, nel gesto che le avevo visto altre volte compiere con le compagne quando otteneva un punto al volleyball.
– Provvederà il duchino, allora.
Il suo tono si irrigidì in un attimo e mi strattonò per l’orecchio con più energia.
– E tu piantala di startene impalato, non riesco a stare tranquilla se penso che qualcuno dei tuoi amici brufolosi mi ha visto nuda. Assumi la posizione.
Natasha indicò il pavimento di legno con un gesto perentorio. Sapevo di non poter rifiutare, ne andava della mia parola. Ma dentro di me saliva la collera e la vergogna per quella situazione: fino a quel momento era stato un gioco tra me e Natasha, almeno così pensavo. Adesso, invece.
– Eccolo lì, il suo sguardo non deve mai sollevarsi più in alto dei miei piedi...
La nuova amica sghignazzava.
– Non sono di larghe vedute, questi nobiladri.
Se la spassavano, come più non potevano, e non c’erano alternative: dovevo ubbidire. D’altra parte la rossa aveva visto giusto, anch’io avevo invitato una volta Henry e Jérome a guardare Natasha nuda dalla finestra del box. E si erano divertiti da morire. Aveva dei seni bellissimi, Natasha, sembravano davvero pere e mi piacevano. Presi posto sul pavimento, la fronte toccava il legno.
– Vuoi vedere come si fa?
Natasha cominciò a sciogliere i lacci dei suoi scarponcini e aggiunse:
– Aspetta, aspetta... Mi vengono un paio di buone idee. Andiamo in cucina.
Uscirono dalla stanza, le sentivo parlare a bassa voce, ridere...

***

Natasha avanzava decisa. Mi tornava per miracolo in mente una formula inventata da lei (o magari da Nicole, che ne potevo sapere in quel momento) e che avrei dovuto recitare non appena mi avesse toccato la fronte con la punta della scarpa.
– Voglio la tua parola, Ghigò, che nessuno mi abbia mai vista nuda nel tuo box. Mi basta un cenno della testa.
Non lo feci, non potevo farlo. Se mi avesse semplicemente chiesto se era vero o no avrei detto una bugia, ma così, con la mia parola in ballo… Il bisnonno Gaston Adolphe lo ripeteva sempre.
– Oh merde... Domani a Khartoum lo ricorderai questo pomeriggio, sarà indimenticabile, Ghiconnard!
Mi colpì l’orecchio con un calcio, prima di uscire. Sentii un dolore intollerabile mentre il bisnonno ripeteva al mio cervello annebbiato la maledizione orripilante dei maschi della famiglia che mancavano di parola. Spiai con cautela il viso di Natasha. Appariva tranquilla, anzi sorrideva guardando la rossa. Avevano in mano dei barattoli di vetro che contenevano conserva di frutta. Forse avevano voglia di una merendina. Invece sistemarono sul pavimento una lavagnetta bianca da cucina, di quelle che solitamente si appendono al muro come promemoria. La rossa aprì una delle conserve e mi rivolse uno sguardo velenoso.
– Ottima marmellata di noci, Ghigò, potrai mangiarne a volontà…
Svuotarono il contenuto dei barattoli sulla superficie della lavagna: si formavano due piccoli rilievi, quasi compatti. Natasha si avvicinò e mi colpì la fronte con un calcio.
– Ti ascoltiamo. Vuoi chiederci qualcosa?
Era evidente che mi invitava a recitare la frase di rito. La rossa seguiva la scena con attenzione.
– Desidero passare la lingua sui vostri piedi, sin quando saranno diventati scintillanti. So di non meritarlo, ma per pietà esaudite la mia preghiera.
La rossa era estasiata.
– Scintillanti! Che magia… L’hai inventata tu, Natasha?
– No, no, la mamma, quella sera della palestra. Mi ero appena sfilata le scarpe e lei notò che avevo i piedi quasi neri. Ci mise un attimo a decidere: “falli leccare al duchino”, mi disse. Già mi aveva confidato che Ghigò le guardava i piedi. “Glieli metterei volentieri io sotto il naso, a quello spocchioso, ma visto che non si può provvedi tu, Natasha...”. Ha detto proprio così, senza ridere. Le ho raccontato delle sfide e delle punizioni da stabilire e allora si è messa al lavoro per inventare la formula.
Non mi sbagliavo, c’era lo zampino di Nicole Morin. La immaginavo seduta in cucina, la mantella turchese sulle spalle e la pantofola di raso che dondolava, intenta a scrivere la mia richiesta sottomissione. Non era particolarmente alta, Nicole, ma camminava come se lo fosse. L’avevo vista la prima volta ad una festa di compleanno, i corti capelli ramati sugli occhi castano scuro e le labbra sottili che si ritoccava di tanto in tanto. Doveva avere dei piedi grandi a giudicare dai suoi stivali di velluto. La rossa teneva tra le mani la copertina di un disco, “Beggars Banquet” degli Stones. Lo conoscevo bene, l’aveva regalato quello squilibrato di Olivier Panet a Cloe e lei lo ascoltava per ore. Finii di slacciarle le scarpe, con i denti, come da tradizione. Appoggiai la guancia sul pavimento per permetterle di usarla come sfila-scarponcini. Procedeva più lentamente del solito, forse per farsi ammirare dalla rossa o per farmi apprezzare a pieno il suo odore selvatico, un istante alla volta, come in una sequenza rallentata. Avvertii il fruscio della testina sul piatto, la rossa aveva avviato la musica.

I hear the click-clack of your feet on...

Il mio inglese era all’altezza di capire le parole e verificarne l’attinenza alla situazione. Mi pareva di aver ballato da poco gli Stones, con Natasha la sera prima. Lei intanto rideva come una pazza indicandosi le scarpe, i suoi scarponcini di cuoio.

***

Nessuna meraviglia, i piedi di Natasha erano come immaginavo. Vidi l’altra avvicinarsi, o meglio, dalla mia posizione intravidi solo le ballerine di pelle nera muoversi sul pavimento.
– Un’amica mi ha raccontato di uomini che perdono la testa davanti ai piedi delle donne, anche sporchi...
La voce della rossa era sempre più sarcastica. La mia faccia divenne di fuoco.
– A lui piacciono solo sporchi. Confessa, Ghigò: dì alla mia amica come ti piace quando ti faccio respirare il mio profumo…
Ridevano, gongolavano insieme e io desideravo scomparire. Nel box eravamo sempre soli, almeno così credevo. Lì, invece, con la rossa che mi contemplava, non ci facevo una bella figura, sopraffatto dai piedi di Natasha. Accarezzai per un momento l’idea di fuggire: ero uno sportivo, Olmo era lì fuori a pochi metri. Però non si poteva. Stranamente Natasha non si decideva a sfilarsi completamente le scarpe. Seduta a terra, si spostò verso le conserve.
– Striscia verso di me, Ghigò…
Mi impegnai ad assecondarla.
– Posso sedermi sulla sua schiena, Natasha, o interrompo un rito?
– Non sulla schiena, stagli sullo stomaco.
Strano, non rise alla sua battuta.
– Girati, Ghigò, ubbidisci!
La rossa non voleva perdersi un attimo dello spettacolo.
– Aspetta, prima voglio sistemare il disco.
Il fruscio della puntina. Un attimo la rossa dopo era già seduta su di me, le natiche sode comodamente poggiate sulle mie intimità.
– Non è proprio lo stomaco, Natasha, però…
Non la smettevano di ridacchiare mentre cercavo di spostarmi sul pavimento con quel peso addosso. La musica sembrava stesse arrivando da lontano, la riconoscevo. Per rendermi il tutto più gravoso, la rossa mi schiacciava il collo con le scarpe.
– Fagli sentire un assaggio di profumo…
Natasha seduta la incitava. L’altra senza fretta portò il tallone contro le mie labbra e si sfilò una scarpa, fin quasi a mostrarmi l’interno delle dita. Le note della canzone arrivavano al mio orecchio forti come l’ansia.

Pleased to meet you, hope you guess…

Il suo odore era forte e dolciastro, come un aroma caldo di pelle conciata e fiori di garofano che cominciavano a guastarsi. Non potevo sottrarmi dal respirarlo. I piedi di Natasha non avevano mai quel profumo, forse dipendeva dalle scarpe. Ora sono quasi sicuro che lei avesse decifrato quelle mie considerazioni, ma non disse nulla. Anzi, all’improvviso abbassò le gambe sul pavimento.
– Perché hai smesso tanto presto? Non volevi farlo divertire troppo?
Ero ormai vicino alla lavagnetta, il ritmo saliva di tono, ed ancora non sapevo cosa avessero in mente, quelle due.

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