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Venerdì, 10 Febbraio 2006 11:24

I barboni di P. non sono feticisti

Scritto da  robur
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Da Rob un off-topic d'eccezione. E noi che siamo quelli di Tribune lo diamo sulla prima. -:)

I barboni di P. non hanno piedi da raccontare. Hanno solo vite da raccontare. Sfortunato è lo scrittore che brama un piede e deve accontentarsi di una vita intera. I piedi, per averceli, ce li hanno anche i barboni di P. Ma sono talmente scalzi, talmente impastati di terra e creta da essere inutilizzabili per fremiti estetici & erotici. Sono veri. Puzzano da dare il voltastomaco.
Non so perché, stasera mi va di fare un giro tra i vicoli della mia città. E vi prego di venire con me. Io sarò l’umile lanterna dei vostri occhi. Guardate. Siamo alla fermata dell’autobus accanto alla stazione. Noterete uno straccio lurido appeso alla pensilina. Era di Vicè.
Vicè inteso “vogghiofumare” (voglio fumare) perché chiedeva a tutti una sigaretta. Faceva il sarto, avrà avuto forse novant’anni, prima di sparire. Da tempo aveva eliminato le donne dal suo orizzonte. Quando ne vedeva qualcuna in prossimità o in lontananza, Vicè il barbone emetteva una specie di squittio. E si rendeva invisibile. Aveva eletto la fermata del bus a sua dimora. Una coperta. Una perfetta funzionalità per appendere abiti e sacchetti. Poi qualcuno sparò a Vicè, nella natica destra. Per scherzo, si intende, e usando la delicatezza carnevalesca di piombini leggeri leggeri. Tuttavia lui non si è mai più fatto vivo da allora. Si è reso invisibile anche agli uomini.
Il mio amico B.C., che fa collezione di vite spezzate per curarle, dice che si diventa barboni per improvvisa rottura esistenziale. Qualcuno perde la madre o i soldi in banca. E si dà alla strada. Non è tanto difficile come credete. Basta cadere e volteggiare. Nessuna rete di protezione ti salva. Nessuna mano pietosa ti accarezza le ferite. Eri un uomo perfettamente inserito nell’ingranaggio dell’orologio sociale. Ora sei una rotella impazzita. Certe volte dico alla mia donna che penso che finirò così. Lei sorride. E’ che mi sento troppo lieve. Adattissimo, perciò, ai soffi di vento che sradicano e distruggono. E non ho ancora visto mia madre nella bara.
Accanto alle Poste c’era un altro Vicè. Credeva di essere una donna e si fabbricava in cima alla testa una crocchia di capelli purulenti. I bambini lo prendevano a sassate. Lui stava male, ma scappava con la parte del corpo sana, se intravvedeva medici o ambulanze. Era stato in ospedale psichiatrico e non tollerava camici bianchi. A dicembre, Vicè delle Poste iniziò a rantolare. Vennero i bambini che lo riempivano di sassi e lui li accolse con un sorriso, con la dolcezza un cristo frocio. Vennero i carabinieri perché taluni benpensanti si erano lamentati di quel rantolo così molesto. Ricordo ancora la faccia del maresciallo che cambiava colore, le sue parole smozzicate: “Bè… Ma che fastidio dà….Poveraccio…”. Il maresciallo tornò un quarto d’ora dopo con un succo di frutta all’ananas. Vicè rantolava. “Dai, stai male, qui c’è l’ambulanza… Vuoi salirci almeno una volta?”. E lui si decise. Percorse la scalinata. Abbandonò la testa sulla lettiga. E morì.
Certe volte mi chiedono perché scrivo sempre di barboni. Qualcuno crede che io sia buono, per questo. Un tipo sensibile. Dirò in confidenza che trattasi di puro esercizio di stile.
Giulia del vicoletto stava con suo marito in un magazzino fatto discarica. Lui non poteva più alzarsi, sepolto da sacchetti, vecchi vestiti ed escrementi di topo. Una sera lo portarono di peso in ospedale, dove morì. Giulia crede che sia ancora ricoverato. Lo aspetta, fiduciosa, sulla soglia della discarica. E si pettina i capelli immondi con una forchetta.
Letto 2873 volte Ultima modifica il Mercoledì, 23 Maggio 2012 12:45
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