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Venerdì, 18 Novembre 2005 07:33

L'inseguimento di un sogno

Scritto da  robur
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Il suo piede era un sogno in movimento. Ci sono sogni immobili come quadri appesi al muro grezzo del sonno. Altri somigliano ai cartoni animati giapponesi. Si muovono e solleticano una parte ignota in fondo all'anima.

Il suo piede era un sogno in movimento. Ci sono sogni immobili come quadri appesi al muro grezzo del sonno. Altri somigliano ai cartoni animati giapponesi. Si muovono e solleticano una parte ignota in fondo all’anima. Il suo piede era un sogno in movimento. Però apparteneva alle cose reali. L’avevo notato all’ingresso del metrò. Lei era bella, flessuosa, intrisa di un’armonia perfino banale nella sua meraviglia. Ma il suo piede era una porta spalancata su un brivido mai inteso. Bianco latte, con un cinturino alla caviglia, mezzo nascosto da una scarpa beige aperta sul retro. Già, l’avevo notato nel caveau della metropolitana e da buon cacciatore di sogni mi ero lanciato in un discreto inseguimento. Sperduto feticista che sono! Cosa mi piace dei piedi delle donne? Il fatto che mi calpestino o che spero che ciò accada? Certo, ma questa è solo la pratica di una religione che affonda il suo principio in un mistero. Il piede di donna è sublime, rappresenta un guizzo d’infinito. Noi siamo la strada sotto il calcagno, gli spettatori di un volo che ci turba, perché non lo sappiamo definire fino in fondo.
Dunque ero in caccia, come un biplano nel cono di una nuvola, dietro quel piede in decollo. L’arma atomica di una bionda con una sigaretta appesa alle labbra vermiglie di rossetto. Lei andava, anzi incedeva. Io dietro. Lei inarcava la caviglia sul predellino della metropolitana. Io avevo il cuore in gola. Lei chiacchierava con le amiche, facendo danzare le dita nella scarpa. Io riflettevo sul mistero dell’unione che divide. Quel piede e quella donna: la stessa cosa, però entrambi dotati di vita propria, di un diverso destino. Lei andava, regalmente incedeva. Io sempre dietro. Poi, all’ultima fermata, il destino della sigaretta si avverò. Ricordo solo quegli occhi chiari lontani dal dramma. Un balzo della suola. Un twist. Una strisciata. Una risata a piena gola. Il gemito silenzioso della cicca schiacciata e moribonda. Fine della caccia. Mentre tornavo a casa avevo il tramonto negli occhi. Attraversavo prati e nuvole. Il bambino che è in me faceva mille capriole.
Robur
Letto 2843 volte Ultima modifica il Mercoledì, 23 Maggio 2012 12:45
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